SOVRANI SENZA CORONA: LA QUESTIONE IRRISOLTA DELLA MAGISTRATURA
TOGLIATTI ALLA COSTITUENTE E IL REFERENDUM DEL 23 MARZO 2026: LA QUESTIONE IRRISOLTA DELLA MAGISTRATURA NEL RAPPORTO TRA POPOLO E ISTITUZIONI
Il 23 marzo 2026 gli italiani hanno bocciato la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati. Il No ha prevalso con il 53,23% dei voti contro il 46,77% del Sì, con un’affluenza del 55,70% che non si registrava da anni in una consultazione referendaria. La riforma Nordio, separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, sdoppiamento del CSM, istituzione dell’Alta Corte disciplinare e sorteggio dei componenti degli organi di autogoverno, è stata respinta. La Costituzione resta immutata.
Il risultato è stato immediatamente rivendicato come una vittoria della Costituzione. La procuratrice generale di Milano ha brindato nell’Aula Magna del Palazzo di Giustizia. Il presidente dimissionario dell’ANM ha parlato di “vittoria valoriale”. Le opposizioni parlamentari hanno colto l’occasione per ricompattarsi e lanciare le primarie. Tutto questo è legittimo, naturalmente. Ma chi celebra non sempre si domanda cosa, esattamente, stia celebrando.
Perché c’è un convitato di pietra in questa festa, e il suo nome è Palmiro Togliatti.
IL COSTITUENTE DIMENTICATO:
L’11 marzo 1947, in sede di discussione generale sul progetto di Costituzione, il segretario del PCI e già Guardasigilli tenne all’Assemblea Costituente un discorso ampio e articolato in cui toccò tutti i punti del progetto elaborato dalla Commissione dei 75. Sul tema della magistratura, le sue parole furono inequivocabili: «La mia opinione è che nell’ordinamento della Magistratura avremmo dovuto affermare in modo molto più energico la tendenza alla elettività dei magistrati, il che ci avrebbe fatto fare un grande passo avanti per togliere il magistrato dalla situazione penosa in cui oggi si trova, di essere un sovrano senza corona e senza autorità. Soltanto quando sarà stabilito un contatto diretto tra il popolo, depositario della sovranità, e il magistrato, questi potrà sentirsi partecipe di un potere effettivo, e quindi godere della fiducia completa del popolo nella società democratica.»
(Palmiro Togliatti, Assemblea costituente, seduta dell’11 marzo 1947)
Rileggiamo con attenzione. Togliatti non proponeva aggiustamenti tecnici. Proponeva una concezione alternativa del rapporto tra magistratura e sovranità popolare. Definiva l’autogoverno pieno della magistratura una “concezione democraticamente non accettabile”. Voleva che il CSM fosse composto in parti uguali da magistrati e da membri eletti dall’Assemblea nazionale. Propose che il Ministro della Giustizia assumesse la vicepresidenza del Consiglio Superiore, per garantire un raccordo permanente tra il potere politico, espressione della volontà popolare, e quello giudiziario. Arrivò a sostenere l’elettività diretta dei magistrati da parte del popolo. Era il leader del Partito Comunista Italiano, non un esponente della destra liberale. E il suo pensiero non era isolato: nella stessa Assemblea, Piero Calamandrei, il più grande giurista della Costituente, propose un Procuratore Commissario alla giustizia come elemento di raccordo con il potere politico, e ammonì che “quando per la porta della Magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra”. Renzo Laconi, comunista sardo, dichiarò che non è possibile in una democrazia “costruire poteri sottratti al controllo delle istanze democratiche”.
IL PARADOSSO STORICO:
Qui emerge il paradosso che nessuno dei festeggianti del 23 marzo ha voglia di affrontare. La sinistra italiana contemporanea ha difeso con le unghie e con i denti l’autonomia assoluta della magistratura, combattendo la separazione delle carriere come un attacco eversivo alla Costituzione. Ma il fondatore del suo campo culturale, l’uomo che da Guardasigilli nel 1946 scrisse la legge sulle guarentigie della magistratura, considerava quell’autonomia assoluta un pericolo per la democrazia.
Togliatti temeva esattamente ciò che si è verificato: una magistratura che, nell’assenza di un contatto diretto con la sovranità popolare, si trasformasse in un corpo separato, autoreferenziale, organizzato in correnti che funzionano come partiti interni. Un “sovrano senza corona e senza autorità”, espressione di una potenza formidabile ma priva di legittimazione democratica diretta. Lo stesso Francesco Cossiga, anni dopo, ricorderà quel discorso togliattiano come il momento in cui il leader comunista “si oppose violentemente a che si parlasse di potere giudiziario”.
Questo non significa che la riforma Nordio fosse la risposta giusta alla domanda giusta. Era una riforma partorita più dal conflitto tra esecutivo e magistratura che da una riflessione istituzionale matura. Il sorteggio dei componenti del CSM era un’innovazione discutibile. L’Alta Corte disciplinare presentava profili problematici. Il Paese si è trovato a scegliere tra una riforma imperfetta e uno status quo che nessuno difende davvero nel merito.
I NUMERI CHE PARLANO:
I dati del voto raccontano una storia più complessa della narrazione che si è imposta nelle prime ore. Il No ha vinto in 17 regioni su 20, con il picco in Campania (65,22%). Il Sì ha prevalso solo in Veneto (58,4%), Lombardia e Friuli Venezia Giulia. Ma il dato più significativo è un altro: tra gli under 34, il No ha superato il 61%, mentre tra gli over 55 il Sì era avanti al 50,7%. I giovani hanno bocciato la riforma con una nettezza che i commentatori hanno frettolosamente interpretato come adesione ai valori costituzionali originari. Ma quanti di quei giovani hanno letto Togliatti? Quanti sanno che il padre fondatore della cultura politica a cui dicono di appartenere voleva una magistratura elettiva, non una magistratura intoccabile?
L’affluenza del 55,70%, la seconda più alta nella storia dei referendum costituzionali — dimostra che il tema ha toccato un nervo scoperto. Ma come ha ammesso lo stesso Gian Domenico Caiazza del comitato “Sì Separa”, si è trattato di “una consultazione schiettamente politica”, con “la natura dello scontro molto lontana dal quesito”. Il referendum è diventato un plebiscito sul governo Meloni, e in questa trasformazione si è persa la sostanza della questione istituzionale.
OLTRE LA MAGISTRATURA: LO SGUARDO LUNGO DEL COSTITUENTE:
Il discorso dell’11 marzo 1947 non si limitava alla magistratura. Togliatti colpì con la stessa lucidità altri gangli del sistema istituzionale. Sulla Corte dei Conti disse: «Una Corte dei Conti la quale serve per far sì che per liquidare una pensione occorrano due anni, mentre in altri Paesi civili occorrono due settimane; un organo di controllo che durante il ventennio della tirannide fascista non ha controllato niente, né impedito che venisse dilapidato il pubblico denaro, e ora pone ostacoli su ostacoli a indispensabili misure democratiche, è qualcosa che deve essere profondamente rinnovato.»
Settantanove anni dopo, i tempi di liquidazione delle pensioni restano un caso di scuola dell’inefficienza amministrativa italiana. L’organo che “non ha controllato niente” durante il fascismo continua a funzionare con logiche che privilegiano la procedura sulla sostanza. La profezia non realizzata di Togliatti sulla Corte dei Conti è la fotografia esatta di un Paese che ha preferito cristallizzare le proprie disfunzioni piuttosto che affrontarle.
Sul regionalismo, Togliatti fu ancora più tagliente: «Ma vogliamo proprio fare dell’Italia uno Stato federale, creando tanti piccoli Staterelli che lotterebbero l’un contro l’altro per contendersi le scarse risorse del Paese?». Chi ha seguito il dibattito sull’autonomia differenziata degli ultimi anni riconoscerà in questa frase una preveggenza quasi dolorosa.
LA VERA QUESTIONE APERTA:
Il referendum del 23 marzo 2026 ha prodotto un risultato chiaro: la riforma è bocciata. Ma ha lasciato intatta la questione di fondo, che è esattamente quella posta da Togliatti nel 1947: quale legittimazione democratica ha un potere dello Stato che non risponde in nessuna forma al popolo sovrano?
Non si tratta di subordinare la magistratura al governo. Togliatti non lo proponeva, e chiunque conosca la storia italiana sa che quella sarebbe una regressione inaccettabile. Si tratta di prendere sul serio l’intuizione costituente secondo cui un potere privo di ogni raccordo con la sovranità popolare diventa inevitabilmente un corpo autoreferenziale, non per cattiveria dei suoi componenti, ma per la logica strutturale di ogni organizzazione umana che non risponda a nessuno se non a sé stessa.
L’ANM festeggia. Il governo si lecca le ferite. Le opposizioni lanciano le primarie. Ma la domanda di Togliatti resta lì dove l’ha lasciata nel 1947, senza risposta: come si fa a dare al magistrato una corona e un’autorità che non siano quelle della casta, ma quelle del popolo?
Il giorno in cui la politica italiana sarà capace di affrontare questa domanda senza trasformarla in una clava da campagna elettorale, quel giorno forse si potrà dire che i Padri Costituenti non hanno parlato invano. Fino ad allora, il magistrato resterà ciò che Togliatti descriveva: un sovrano senza corona. E il popolo resterà ciò che non dovrebbe mai essere: un sovrano senza voce sulla giustizia che viene amministrata in suo nome.
Dr. Francesco Prudenzano
FONTI
Togliatti, Discorsi parlamentari, Roma, Camera dei deputati, I, p. 67, Assemblea costituente, seduta dell’11 marzo 1947, “Sul progetto di Costituzione”.
Dati elettorali: Ministero dell’Interno — piattaforma Eligendo; elaborazioni YouTrend/Sky TG24 e Consorzio Opinio Italia/Rai.
Relazione illustrativa DDL costituzionale, Ministero della Giustizia.
FONTE: WWWCONFINTESA.IT – Martina – Prudenzano.
